La musica amatoriale

I dilettanti
Nel Seicento e nel Settecento, anche se non sempre, gli aristocratici erano eccellenti musicisti ed il lavoro preparatorio dei concerti che davano nelle loro ville era ridotto al minimo; il termine “dilettante” non era per niente il connotato di “scarso”, ma identificava semplicemente colui che voleva e poteva permettersi di suonare, magari durante un sontuoso banchetto.
Del resto brani musicali che hanno superato le barriere del tempo e suonano oggi familiari alle nostre orecchie, come l’Offerta Musicale di bachiana memoria, erano spesso tutt’altro che facili da eseguire ma destinati ugualmente ad essere suonati a vista dai frequentatori delle ricche corti dell’epoca. Per questo erano abbondanti i casi come quello della famiglia Esterházy – mecenate di Haydn – che assumeva solo personale domestico in grado di fare musica come e quando il padrone lo richiedeva. Non solo: era prassi comune dei compositori, al contrario di quanto avverrà a partire dal Romanticismo, adattare l’opera del loro genio alle caratteristiche del pubblico e dell’organico di cui si disponeva.

I professionisti
Schubert, che compose le prime sinfonie e moltissima musica da camera per gruppi di amici, già a inizio ottocento cominciò a vedere il cambiamento in arrivo. Da raffinato critico musicale qual’era, notava infatti che mentre i quartetti di Mozart o di Haydn potevano essere eseguiti da buoni dilettanti, per suonare Beethoven sarebbe stato necessario ricorrere a dei professionisti.
Era in atto un mutamento non solo nell’estetica musicale, ma nell’intera società, e la musica sinfonica è il genere nel quale questo appare più evidente. L’età della grande orchestra, inaugurata dal lavoro di Berlioz e di Wagner e ultimata da Mahler, è infatti coincisa da un lato con l’affermarsi dell’esercito napoleonico, formato di reparti addestrati, gerarchizzati e coordinati strategicamente, dall’altro con il prevalere dell’artista sulle esigenze del pubblico (i compositori arriveranno all’inizio del secolo scorso addirittura a “spiegare” la propria musica al pubblico e agli esecutori); il concerto non è più un momento di convivialità, ma un raffinato ed elitario esercizio intellettuale. E la musica passa dal dominio della corte a quello della borghesia, dal rivolgersi ad un pubblico chiaramente identificabile al confrontarsi con il libero mercato e le sue masse anonime.

Gli amatori
Anche se oggi è diffusa l’idea, fondata nell’Ottocento, che chi fa musica e chi l’ascolta, professionisti e dilettanti, siano completamente separati e che dunque i concerti debbano essere affidati solo a specialisti del mestiere ed eseguiti a pagamento, l’alba del terzo millennio vede nuovi modelli culturali affacciarsi sulla scena musicale.
Pur senza prendere per buone in toto le provocazioni adorniane e felliniane, che riecheggiano oggi nell’espressione “marchetta” data ai concerti professionistici più scadenti, salvo poche eccezioni sembra definitivamente finita l’epoca delle grandi orchestre statali e il mestiere del musicista si va precarizzando. Il mercato musicale si polarizza tra l’industria culturale e le sue star mondiali da un lato e un mercato professionistico e semi-professionistico inflazionato ed estremamente vario (nei generi e nella qualità) dall’altro.
Siamo inoltre sottoposti alle tensioni culturali e ai flussi della globalizzazione: pensiamo infatti alle orchestre universitarie americane e giapponesi e al metodo Suzuki, o ancor di più al Sistema venezuelano, che ha permesso a decine di migliaia di bambini di uscire dalla povertà e di raggiungere risultati davvero straordinari. E pensiamo anche alla West-Eastern Divan Orchestra creata da Barenboim, alla Kinshasa Symphony o alla Youtube Orchestra e alla nascita di nuove forme semi-spontanee di suonare assieme, come i sempre più numerosi flash mob all’insegna della musica classica.
Senza scadere nel dilettantismo, ossia senza pretendere che gli amatori siano la stessa cosa dei professionisti, che sarebbe un’assurdità e un errore, in molte di queste esperienze il valore estetico della performace è notevole ed è ampliato da quello tecnologico, sociale, educativo o civile. E ai progetti partecipano insieme dilettanti e professionisti.

Se a queste novità il Nord Europa ha reagito consolidando, a fianco delle grandi orchestre di sempre come i Berliner Philharmoniker o London Symphony, una diffusissima e antica tradizione di orchestre non professionali, in Italia la prassi orchestrale amatoriale e studentesca è trattata ancora con superficialità.
Forse la si snobba perché le si attribuisce a priori una bassa qualità (il che è vero in taluni casi, ma mai a priori) oppure si teme che possa sottrarre il già poco lavoro che c’è a molti aspiranti professionisti (i professionisti seri – al contrario e secondo noi giustamente – non ne sembrano affatto turbati!); e forse è anche vero che effettivamente troppo spesso gli amatori sono indebitamente utilizzati per mascherare produzioni low cost, accontentare i capricci di qualche mecenate contemporaneo o nel disperato tentativo di imitare soluzioni lontane senza considerarne il contesto.
L’Accademia Morigi nasce per porsi in modo diverso. Non solo perché è indipendente, ha radicati contatti internazionali e si fonda sulla qualità e l’esperienza di chi fa della musica il mestiere della sua vita. Ma anche perché, più che un modello statico, essa è un luogo di costruzione dell’amatorialità, un processo di cui partecipare in modi e forme via via diverse e grazie al quale cercare di rendere la cultura, ed in particolare la musica classica, un reale campo d’azione e non una semplice astrazione.
Ed è proprio per fare in modo che anche chi non fa della musica una fonte di reddito possa dar forma ai suoi desideri musicali che ci è indispensabile lo studio e l’aiuto di professionisti. Il nostro scopo è acquisire la graduale capacità di immaginare nuovi orizzonti di praticabilità per noi, per i musicisti con cui suoniamo e per chi ci ascolta, e dunque non accontentarci dei risultati ottenuti.
Scuole di musica, Teatri, Università dovrebbero aprire le porte (anche la sera, dopo il lavoro) e accogliere i dilettanti che sanno suonare, offrendo ai loro studenti non solo l’apprendimento (anche tecnico) dello strumento, ma la più rara possibilità di condividere la passione la musica con chi la ama e la studia anche senza guadagnarci.
Il piacere di suonare assieme e il voler dedicare il proprio tempo ad arricchirsi musicalmente ed umanamente è ciò che unisce (e non ciò che divide) amatori, professionisti e aspiranti tali. Ed è alla base del rispetto, nella differenza dei ruoli, degli uni verso gli altri.

Editoriale di Tommaso Napoli
Segretario di Accademia Morigi
Phd Student Facoltà di Pianificazione Università IUAV di Venezia

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